Francesco

Francesco

Torna l’appuntamento con i Dialoghi in Cattedrale. Dal 10 marzo, alle 19.30, nella basilica di San Giovanni in Laterano una serie di incontri sul tema: “Dio abita la città“. Si parte con “L’uomo e la sua dignità“, con interventi di monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e vicepresidente del Comitato preparatorio del 5° Convegno ecclesiale, e la professoressa Marta Cartabia, vicepresidente della Corte Costituzionale.
Il 24 marzo sarà la volta dei professori Carlo Cardia, dell’Università Roma Tre, e Mario Morcellini, che interverranno sul tema: “La libertà religiosa e la libertà di espressione nella società multiculturale. Infine il 14 aprile la rassegna si chiuderà con “Noi-tutti: costruire insieme la città“, un incontro che vedrà la presenza del preside della Facoltà di sociologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Mauro Magatti, e del direttore generale della Luiss “Guido Carli”, Giovanni Lo Storto.

Mercoledì, 18 Febbraio 2015 05:45

Mercoledì delle Ceneri - Inizio della Quaresima

Inizia il tempo favorevole per la nostra conversione. In questo itinerario penitenziale ricordiamo i quaranta giorni delle tentazioni di Cristo nel deserto, per scegliere il progetto di salvezza di Dio

Sabato, 29 Novembre 2014 15:51

Lettera del Parroco per l'Avvento 2014

La liturgia del tempo di Avvento è ricchissima di brani biblici ed esortazioni che indicano le strade interiori da percorrere per accogliere al meglio il Signore Gesù. Leggevo in particolare i ritornelli del salmo responsoriale di queste domeniche, e mi sembrano davvero molto belli:

Andiamo con gioia incontro al Signore.

Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.

Vieni, Signore, a salvarci.

Ecco, viene il Signore, re della gloria.

Il tema conduttore delle invocazioni è ovviamente la venuta del Signore, con accenti particolari che ci riconducono proprio al tema della Speranza che quest’anno viviamo nella nostra Parrocchia:

v     E' una venuta da preparare con gioia: come 2000 anni fa, così il Signore continua a venire nella nostra vita, attraverso la preghiera personale e comunitaria, attraverso l'Eucarestia, attraverso il povero che ne è la presenza più viva e preziosa. Il Signore viene, come non possiamo andargli incontro con gioia? Come non possiamo vivere questo tempo con una profonda e silenziosa gioia interiore, la gioia che nasce dall'attendere Qualcuno che ci ama di un amore speciale, tenero e premuroso?

v     Il Signore viene a salvarci, e a portarci la giustizia e la pace, simbolo di salvezza interiore che, se accolta, diventa anche salvezza nei rapporti con i nostri fratelli. Chiediamo al Signore che davvero venga a salvarci... ma a salvarci da cosa? Dalla paura che a volte abbiamo di fronte alla vita e ai problemi di ogni giorno. Dall'egoismo che a volte ci impedisce di accogliere la sua venuta attraverso gli altri. Salvaci, Signore, e portaci la pace, la pace profonda del cuore, pace così profonda che niente e nessuno potrà mai donarci, se non il tuo infinito amore!

v     Il Signore viene! Non è un'invocazione più o meno speranzosa, non è un'eventualità più o meno remota, magari dipendente dal nostro desiderio e dalla nostra preghiera: è una certezza! "Ecco, viene il Signore, re della gloria!". Viene! Davvero! Chiediamoci: siamo certi di questa venuta? O la nostra fede è un po' addormentata e la nostra speranza zoppica? L'Avvento può essere un "termometro" della nostra fede: tanto più attenderemo il Signore, tanto più significa che crediamo e speriamo in Lui! Tanto più lo invocheremo e l'attenderemo, anche se con la coscienza di una fede a volte non troppo viva, tanto più il Signore non tarderà a guarirci dalla nostra poca fede!

Come possiamo prepararci ad accogliere al meglio il Signore che viene?

ü           Credo che il Signore ci inviti in questo tempo a pregarlo un po' di più. Vogliamo fare insieme un piccolo passo, per incontrarlo davvero più profondamente? Un piccolo suggerimento: perché non provare a ripetere ogni giorno  l'invocazione del Salmo responsoriale della domenica? Oppure possiamo noi stessi pensare qualche invocazione da ripetere ogni giorno, continuamente, per "educare" il nostro cuore all'attesa del Signore, un'attesa gioiosa, un'attesa operosa, un'attesa trepidante, perché non è un'attesa vana, è un'attesa certa! Il Signore non tarderà!

ü           In parrocchia ogni primo e terzo venerdì del mese c'è l’Adorazione Eucaristica. Il primo Venerdì alle ore 17, 00 e il terzo Venerdì alle ore 21, 00. Riusciremo in questo periodo, almeno, a dedicare un'ora del nostro tempo al Signore? Un'ora solo per Lui, un'ora solo con Lui, per invocarlo con tutto il nostro cuore: Vieni, Signore Gesù!

ü           Venerdì 19 dicembre alle ore 21 vivremo insieme un momento di preghiera e di Liturgia Penitenziale: rifletteremo sul nostro cammino di cristiani, esamineremo la nostra risposta agli inviti del Vangelo, chiederemo perdono al Signore e incontreremo la sua misericordia nel Sacramento della Riconciliazione. Se non potremo essere presenti quella sera, proviamo a trovare un momento per una bella confessione: il Signore viene anche per portarci il suo amore misericordioso e la forza per vivere sempre più da cristiani veri.

Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore non ci trovi addormentati, ma ben pronti e gioiosi, perché riempia il nostro cuore della sua Pace, la Pace vera e profonda che noi tutti aspettiamo, una pace frutto del suo amore.

Buon Avvento!

Domenico e la nascita del suo Ordine

Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III approvava la Bolla di costituzione dell’Ordine dei Frati Predicatori, universalizzando un progetto di evangelizzazione che lo spagnolo Domenico di Guzman, aveva già iniziato nella diocesi di Tolosa. Stando alle prime biografie Domenico fu investito della missione di fondatore fin dal 1203, quando venne cooptato per una delicata missione dal suo vescovo Diego d’Acabes. Il futuro santo doveva fargli da compagno per un viaggio in Danimarca allo scopo di combinare un matrimonio per la figlia del re Alfonso VIII di Castiglia, missione poi fallita per la morte della principessa o, come altri storici sostengono, per la sua entrata in monastero. Quello che invece riuscì fu l’accendersi, nel vescovo Diego e nel sottopriore del capitolo di Osma Domenico, di un fervente desiderio missionario nato dal contatto che essi ebbero durante il loro viaggio con esponenti dell’eresia catara. Si racconta infatti, che in una delle tappe di andata Domenico passasse un’intera notte a discutere con l’oste di fede catara che li aveva albergati e che proprio in seguito a quella discussione Domenico iniziasse a comprendere quanto fosse urgente annunciare la vera dottrina evangelica.

Dopo una breve tappa romana in cui sia Domenico che Diego chiesero ad Innocenzo III (senza successo) di poter andare verso oriente ad evangelizzare le popolazioni cumane, nel 1206 i due spagnoli ripresero la strada verso nord, ma lentamente in Domenico veniva a maturarsi la convinzione che la proibizione impostagli dal papa di andare verso i cumani e di dirigersi in alternativa verso i catari e gli albigesi, poteva trasformarsi in una specifica vocazione ecclesiale a cui dedicarsi con tutte le energie possibili.

Dopo avere dunque ricevuto l'ordine del Papa a recarsi nel sud della Francia per sostentere l'opera di ri-evangelizzazione delle popolazioni ormai catare, durante il loro periodo di azione missionaria, Diego e Domenico vennero continuamente a contatto con questi eretici che si presentavano come uomini austeri e colti, che conoscevano alla perfezione la Sacra Scrittura, ma che soprattutto vivevano con uno stile di vita perfettamente coerente al dato evangelico. E non v’è dubbio che «fu [proprio] in questo periodo che Domenico mutò il suo ideale da strettamente e personalmente missionario inter infideles, in comunitario e organico».

Il primo successo della sua predicazione che Domenico raccolse fu la conversione di un gruppo di donne dall’eresia albigese, per le quali fondò un monastero a Prouilhe, che era un luogo situato vicino a Fanjeaux, ossia il paese eletto a quartier generale della sua predicazione in Linguadoc.

Gli eventi maturavano rapidamente e Domenico e i suoi frati discussero seriamente a Fanjeaux, negli anni tra il 1214 e il 1215, della possibilità e della necessità della fondazione di un Ordine che continuasse l’opera intrapresa. Nella primavera del 1215 i compagni di Domenico erano pronti nelle loro decisioni e il vescovo di Tolosa, Folco, lì costituì in fraternita di predicatori per la sua diocesi. Tommaso e Pietro Seilhan, due facoltosi cittadini di quella città, furono i primi ad emettere i loro voti nelle mani di Domenico. Pietro Seilhan donò quindi a Domenico alcune case di sua proprietà, la più grande delle quali diventò il primo convento dell’Ordine. Poco dopo il vescovo Folco concesse loro la chiesa tolosana di san Romano affinché la neonata comunità vi potesse recitare l’ufficio divino.

L’Ordine, però, aveva adesso bisogno, a giudizio di Domenico, di ottenere dal papa l’approvazione ufficiale che ne certificasse l’eccesialità. L’occasione si presentò quando nel 1215 Folco dovette scendere a Roma assieme a Domenico, per assistere al Concilio Lateranense IV.

Arrivato con Folco a Roma, Domenico pregò il papa Innocenzo III di voler confermare il suo Ordine che, nei suoi intenti doveva essere, di nome di fatto, un ordine di predicatori. «Ma ascoltata la loro richiesta, il Romano Pontefice esortò fra Domenico a ritornare dai suoi Frati per scegliere di comune accordo, dopo aver con essi discusso della cosa, una delle regole già approvate. Il Vescovo avrebbe poi dovuto loro assegnare una chiesa e finalmente ciò fatto, fra' Domenico avrebbe dovuto tornare dal Papa per ricevere la conferma di tutto».

Il canone XIII emanato dal Concilio Lateranense IV, infatti, vietava esplicitamente che nella Chiesa si fondassero nuove società religiose imponendo, a chi volesse fondare una casa religiosa, di adottare una delle regole già esistenti. Tornato a Tolosa, nella Pentecoste del 1216 Domenico convocò in Capitolo i frati per sottoporre ad approvazione le disposizioni richieste da Innocenzo III. Al tempo la regula per eccellenza era quella di San Benedetto, ma essa, soprattutto a partire dall’XI secolo, era stata via via sostituita nelle fondazioni canonicali e ospedaliere dalla regola di sant’Agostino. E fu a quest’ultima che anche il primo Capitolo dei Domenicani dette la preferenza, perché – dirà in seguito Umberto de Romans - Agostino nel comporla si era ispirato alla vita degli apostoli. Domenico poteva dunque  fare ritorno a Roma e chiedere al papa la definitiva approvazione del suo Ordine. Nel frattempo, però, il papa Innocenzo III era morto e i cardinali avevano eletto in breve tempo il suo successore: Onorio III.

La scelta fu delle migliori, perché il nuovo Pontefice non ebbe alcuna difficoltà a continuare la politica del suo predecessore, ragion per cui anche la rinnovata richiesta di conferma che gli fu posta da Domenico, quando fu ricevuto in udienza nel palazzo Vaticano, non ebbe difficoltà ad essere accolta. Fu così che il 22 dicembre 1216 in San Pietro, Domenico poté finalmente ricevere il documento di conferma tanto desiderato. Con la bolla di Onorio III Domenico riceveva non solo la conferma delle rendite assegnategli dal vescovo e dal conte di Tolosa, ma anche un certo numero di libertà e garanzie riguardanti l’accettazione dei frati, la loro professione religiosa, la forma delle lezioni e cose simili.

Un bellissimo ritiro spirituale vissuto nel Monastero Domenicano di Pratovecchio (Arezzo) dal 31 ottobre al 2 Novembre. 
Giovani ragazze e ragazzi hanno fatto esperienza di riflessione e condivisione della Parola. 
Giornate vissute nella gioia della fraternità

Domenica, 02 Novembre 2014 08:06

Commemorazione di tutti i Defunti

San Carlo Borromeo , in un quadro raffigurante la morte con la falce in mano, fece togliere la falce e fece mettere una chiavina d'oro; perché, diceva il santo, la morte chiude la porta del tempo e apre quella dell'eternità, chiude il periodo della prova e apre quello della gioia. Infati, la chiesa celebra l'anniversario della morte dei Santi come giorno del loro natale, della loro nascita al cielo. La liturgia dice: "parti, anima cristiana, da questo mondo nel nome di Dio Padre che ti ha creato; nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio che ha patito per te; nel nome dello Spirito Santo che in te è stato effuso, nel nome della santa e gloriosa Vergine Maria".

Nel Vecchio Testamento la morte appariva la maestosa giustiziera, colei che metteva fine alle cattive azioni degli empi e premiava i perseguitati. Gesù, più volte, mette in guardia gli indifferenti: "Che cosa ti giova conquistare il mondo se poi perdi l'anima?" L'insensato dice: "I miei granai sono pieni, la mia cantina è ricolma di ottimi vini, il mio gruzzolo è pingue. Cosa farò dunque? Mi rinchiuderò nei miei possedimenti e me la godrò": "Stolto - dice Dio - questa notte morirai e le tue ricchezze a chi andranno?" Alle cinque vergini stolte che non hanno saputo vigilare, lo sposo risponde: "In verità vi dico non vi conosco, vegliate dunque perché non conoscete nè il giorno nè l'ora".

Preghiamo:

Clementissima Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra, raccomanda al tuo Figlio Santissimo le anime degli agonizzanti, perché non temano l'ora della morte, ma protetti da te possano entrare nella patria celeste. Per Cristo nostro Signore. Amen 

Sabato, 01 Novembre 2014 15:27

IL NOSTRO GRUPPO GIOVANI

Ecco il programma di quest'anno. Per tutti i ragazzi e ragazze dai 18 anni in su: studenti universitari, lavoratori, apprendisti, ecc ecc. Appuntamento ogni domenica alle ore 19.30 per l'animazione della Santa Messa e alle ore 20.30 l'incontro nel Salone Parrocchiale in via Germanico 94. Vi aspettiamo!!!

Sabato, 01 Novembre 2014 06:02

MODELLI DI VITA E POTENTI INTERCESSORI

E’ la festa dei santi, la festa del nostro destino, della nostra chiamata. È una bella festa: celebriamo la fedeltà di Dio nei nostri confronti e quella degli uomini verso Dio: da questo felice connubio nasce e sgorga la santità.
La festa odierna è una delle più care al popolo cristiano. Ci apre come uno spiraglio sulla città del cielo, la patria comune verso cui siamo incamminati e che tanti nostri fratelli hanno già raggiunto, la casa paterna dove si celebra in eterno la festa di Dio con i suoi amici.

Sono i Santi che la Chiesa oggi ricorda, senza necessità di farne i nomi; sono uomini e donne che hanno cercato ed amato intensamente Dio; persone, delle quali, forse, non conosciamo nulla, ma che nel lungo corso dei secoli hanno accolto la parola di Cristo che disse: "Vi ho dato l'esempio, perché, come ho fatto io facciate anche voi."(Gv.13,15) e ne hanno fatto il loro programma di vita, con una esistenza profondamente radicata in Lui, il Figlio di Dio, il Redentore, che amarono con tutte le loro forze, rendendolo presente tra gli uomini.

In ciascuno di noi esiste la nostalgia alla santità, poiché ad essa siamo chiamati.
Il santo non è un predestinato; SONO uomini e donne come noi, si sono fidati e lasciati fare da Dio.
Santo è chi lascia che il Signore riempia la sua vita fino a farla diventare dono per gli altri.
I santi sono persone comuni, o persone dotate di un carisma particolare, sono modelli che la Chiesa indica a tutti, cristiani e non, perché tutti, nessuno escluso, siamo chiamati alla santità, cioè alla salvezza, che è pienezza della comunione con Dio, nella visione svelata di Lui.
I Santi di cui facciamo memoria, pur senza invocarne il nome, sono quella schiera, veramente infinita, di uomini e donne, che hanno risposto generosamente alla chiamata di Cristo sulla via delle beatitudini, quella " via stretta", che conduce alla salvezza, che è pienezza di vita in Dio.
Le Beatitudini ci ricordano con forza qual è la logica di Dio.
Il "beati!",che Gesù ripete nove volte sono, quelli che vivono fin d'ora la felicità, sono i miti, i pacifici, i puri, quelli che vivono con intensità e dono la propria vita, come i santi.


Dio chiama anche te ad essere santo. Lo ha fatto attraverso il Battesimo, dove, morti e risorti con Cristo e purificati dalla macchia del peccato, siamo divenuti Suoi figli. Ma Dio continua a renderci santi ogni volta che noi ci riconosciamo e viviamo da "figli", ogni volta che il seme della Parola trova dimora in noi e porta frutto, ogni volta che la grazia dei Sacramenti ravviva in noi il Suo Mistero di salvezza, ogni volta che noi nel fratello sappiamo riconoscere la Sua presenza.

Pellegrini nella fede, cercatori del volto di Dio, camminiamo con speranza lungo le strade della vita, coltivando il dono della santità che Dio ci ha offerto e testimoniando con coraggio il Vangelo dell'Amore che santifica e salva il mondo.

Affidiamo la santità della nostra vita e del nostro mondo alla Regina di tutti i Santi, la Vergine Maria, che «brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore (cfr. 2 Pt 3,10)» (Lumen Gentium, 68). Ci ottenga Lei, Madre di Dio e Madre dei Santi, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l'abbondanza della misericordia di Dio.

Giovedì, 09 Ottobre 2014 12:30

Programma del Mese di Ottobre 2014

Ecco gli appuntamenti principali in parrocchia per questo mese, in onore della Festa della Beata Vergine Maria del Santo Rosario, patrona della nostra parrocchia. Come di consueto, domenica 26 ottobre, la tradizionale processione per le strade del quartiere. Per saperne di più e scaricare il programma. <cliccare qui>

Giovedì, 09 Ottobre 2014 12:12

SINODO - Porta aperta nella chiarezza

Giusto ieri, un padre sinodale ha sottolineato un’analogia tra «l’impegno che il Sinodo deve fare sulla pastorale familiare» e il tema della libertà religiosa al Concilio Vaticano II, per sottolineare che in quell’assise si riuscì infine a coniugare libertà e verità. «Prima del Concilio infatti si diceva: “Bisogna difendere la verità! Piace o non piace, questo è”. Ma nel Concilio si è detto: “Certo, c’è la verità ma c’è anche la libertà religiosa, e chi crede nella sua religione è libero di farlo”. 

Per qualcuno questo era impossibile. Il Concilio però ha trovato una nuova strada». «In questo modo anche il Sinodo potrà trovare un nuovo approccio sulla famiglia, anche se nessuno vuole mettere in questione l’indissolubiltà del matrimonio e l’ideale di coniugi fedeli» ha fatto osservare il teologo argentino Victor Manuel Fernandez, vice-presidente della commissione che scriverà il messaggio finale del sinodo, riportando proprio quell’analogia. 

Ed è un’osservazione da sottolineare non solo perché emerge come risultato di un dibattito reale, ma anche perché è indice dello stato attuale del dibattito tra i padri sinodali in questa prima fase di sviluppo. Oggi l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, partecipante all’assemblea sinodale, in un’intervista rilasciata ad Andrea Tornielli significativamente ha fatto notare: «Mi domando perché delle persone divorziate risposate che frequentano la comunità non debbano avere l'opportunità di insegnare in una scuola cattolica o in una università le normali scienze e materie. 

Perché a un divorziato risposato non deve essere permesso di cantare in chiesa? Queste forme di esclusione urtano e non fanno poi capire quando la Chiesa dice che vuole accogliere». «Come può dare quindi il segno dell’accoglienza una Chiesa, che è chiamata a camminare, accompagnando gli uomini e le donne di oggi, senza escludere nessuno, rimanendo nell'insegnamento di Gesù?» 

Questa quindi è la vera sfida. «Tutti abbiamo chiara consapevolezza dei princìpi fondamentali, ma dobbiamo essere capaci di trovare dei linguaggi, delle forme, delle espressioni e dei comportamenti che siano più possibile segno di vicinanza della Chiesa e non di esclusione. Questo dunque è il criterio fondamentale non per cambiare ma per creare il progresso, per non alterare, ma per evidenziare lo sviluppo della dottrina» spiega il prelato, citando ad hoc un principio di San Vincenzo di Lerins il quale afferma che il progresso, lo sviluppo non significa alterazione dei contenuti della fede. Ed è proprio questo brano dell’autore del V secolo uno dei mustdi Bergoglio. Già in un’intervista rilasciatami nel 2007 sul documento di Aparecida, affermava: «San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo, tra l’uomo che cresce, e la tradizione che, nel trasmettere la fede un’epoca all’altra, il depositum fidei, cresce e si consolida con il passo del tempo: Ut annis scilicet consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate». Così aveva sottolineato l’allora arcivescovo di Buenos Aires.

In sostanza, dunque, fin dall’inizio del dibattito all’interno del Sinodo sono emerse, sì, due linee di pensiero, ma via via si sta sempre più facendo strada anche una direzione che intende dare risposte nuove e concrete in merito alle situazioni difficili delle realtà familiari, affrontando il nodo della comunione ai divorziati risposati. La stragrande maggioranza dei padri (circa il 90 per cento) non sono solo del parere che si debba aggiornare il linguaggio della Chiesa e rinnovare l’atteggiamento di comprensione e di coinvolgimento nelle ferite delle famiglie.

Proprio ieri pomeriggio, infatti, affrontando e discutendo in aula i punti caldi del Sinodo, l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin, facendosi interprete di una larga parte di padri sinodali, ha affermato: «Non si è fatto un Sinodo per ripetere le stesse cose, per ripetere le verità della dottrina che già sappiamo, ma per cercare una possibile soluzione e rispondere in modo nuovo alle attese del popolo di Dio». Dunque la porta aperta su una via da percorrere nel tempo si delinea con chiarezza e nella chiarezza.

Stefania Falasca, giornalista di Avvenire

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